FRAGILE come carta / FRAGILE like Paper

Abbiamo voluto dare a questa quinta edizione della biennale un titolo dagli estesi confini, modellabili a piacimento dalla creatività e dal pensiero degli artisti.

E perciò, tanto più scarne le righe seguenti, giusto un abbrivio del pensiero, quanto più spalancata la porta delle possibilità, sulla cui soglia si propongono di sbiadire.

Rilevando il secondo termine della similitudine gli artisti potranno concentrarsi sulle qualità materiche della carta, materiale che supporta o costituisce le opere di questa biennale – fragile e deperibile per antonomasia – ma anche ecologico, plasmabile, proteiforme e illusionistico, caricabile di implicazioni etico-sociali-ambientali.

L’accento sull’aggettivo può invece stimolare percorsi di pensiero su un tema topico dell’arte e della letteratura – la fragilità della vita umana – ma rinnovato dal secondo termine di paragone (con la carta a sostituire, ad es. l’erba o la cenere) e dal memento di un’epidemia che di colpo ha annullato le distanze tra l’oggi e il Medioevo delle danze macabre e scalfito il senso di impunita onnipotenza di un uomo e di un modello di civiltà che si affidano alle logiche miopi dell’utilitarismo individualista e dello sfruttamento indiscriminato, e in ultima analisi autolesionista, delle risorse del pianeta.

Se il soggetto qualificato della fragilità resta indeterminato, è pure possibile un’operazione di superamento della prospettiva antropocentrica, a vantaggio di una pluralità di soggetti, in una prospettiva schiettamente ecologica ed ecocritica, rispetto alla quale fragile quanto ricca è l’intera maglia di relazioni tra i viventi e tra questi e la sempre più piccola e integrata nicchia ecologica del villaggio globale.

E se fosse, sulla soglia, un bene riconoscere fino in fondo la portata della fragilità, per poter da essa trarre, come con la carta, meraviglie e inediti sentieri? Se da quel riconoscimento passasse l’unica possibile ipotesi di felicità?

 

FRAGILE like Paper

 

 

We sought to give this fifth edition of the ‘Paper Made’ Biennial a title with a broad scope, one that could be modelled freely by the creative approach and thought of the artists.

So the bare bones of these few lines below are designed to merely hint at the endless possibilities lying behind a door those artists are called upon to open wide onto a lush garden of ideas.

Focusing on the second term of the simile, the artists can concentrate on the material qualities of paper, the material that may provide a support or shape for the works of the exhibition: essentially fragile and insubstantial, yet at the same time ecological, versatile and ductile; able to create multiple illusions and assume numerous ethical, social and environmental implications.

The accent on the adjective (but who or what is fragile?), is designed, on the other hand, to stimulate the artists’ train of thought on a topical theme in art and literature the fragile nature of human existence – and to bring a new twist through the second term of comparison (in which paper replaces, for example, grass, or ashes), and through the reminder that an epidemic can wipe out, in an instant, the centuries that separate us from the danse macabre of the Middle Ages.

This new awareness has broken into the sense of impunity and omnipotence of Man and of a model of civilisation that placed their trust in the short-sighted vision of individualist utilitarianism and the indiscriminate – and ultimately self-defeating - exploitation of the planet’s resources.

If the subject this fragility qualifies remains indeterminate, it may even be possible to move beyond the anthropocentric perspective towards a wider number of subjects, in a plainly ecological and eco-critical perspective, in relation to which the whole fabric of relations among the living – and between the latter and the increasingly small, close-knit, ecological niche that is the global village – appears both fragile and incredibly rich.

Standing on the threshold of the door, might it not be wise to acknowledge the full extent of this fragility, so that, like paper, it can take us down marvellous, uncharted paths? Might that awareness indeed be the only possible road to happiness?